lunedì 28 dicembre 2015

Le parole inglesi che impareremo nel 2016: Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD), bail-in, bank run, European Stability Mechanism (ESM)

Nel 2008, ve ne ricorderete, scoppiò una crisi finanziaria mondiale che provocò il fallimento di numerose banche. Il tutto ebbe inizio in America, a causa dell'esplosione della bolla finanziaria dei mutui sub-prime. La crisi si propagò nel resto del mondo, e quindi anche in Europa, come nel gioco del domino, mettendo in crisi tutte quelle banche che erano in qualche modo connesse agli istituti finanziari USA che non furono più in condizione di onorare i propri debiti.

Come mostra di seguito l'ABI (Associazione Bancaria Italiana) molti paesi europei ricorsero agli aiuti di stato per impedire alle loro istituzioni finanziarie di fallire. In Italia, tuttavia, questo non è successo se non in maniera molto marginale. Il totale della spesa pubblica utilizzata per il sostegno delle istituzioni finanziarie private tra il 2008 e il 2013 è stato di, appena, 8 miliardi di euro. Poca cosa, se comparato con: i 144 miliardi della Germania; i 141 miliardi del Regno Unito; o i 26 miliardi spesi dallo stato francese.

Fonte: ABI (Situazione del settore bancario italiano 9 dicembre 2015 pagina 18)

Oltre al sacrificio dei contribuenti nazionali, in Spagna, Irlanda e Grecia, sono state coinvolte anche le istituzioni dell'Unione Europea. Come osservato dal Sole24Ore nella figura seguente, che mostra il caso della Grecia, gli italiani hanno pagato un pesante contributo alla risoluzione del problema. Si osservi che, nonostante le nostre banche non avessero delle esposizioni rilevanti verso quelle elleniche (solo € 6,82 miliardi nel 2009) noi abbiamo, generosamente, contribuito con una bella fetta delle risorse necessarie al loro salvataggio (barra di colore arancione: Italia € 40,87 miliardi). Al contrario, a dicembre 2009 le banche francesi e quelle tedesche, proprio quelle che erano già state ampiamente foraggiate dai rispettivi governi, avevano una forte esposizione verso gli istituti finanziari di Atene (barre di colore blu: Francia € 78,82 miliardi, Germania € 45 miliardi). A settembre del 2014, però, gran parte di quei crediti erano stati saldati tramite gli euro versati dai contribuenti europei mediante cosiddetto fondo salva stati che, visto com'è andata a finire, sarebbe stato meglio nominare fondo salva banche francesi e tedesche. Infatti, di quelle somme lo stato greco non ha visto nemmeno l'ombra.

Fonte: Info Data Blog Sole24ore

Oggi, in Italia, dopo 5 anni di politiche d'austerità che hanno aggravato la crisi, fatto peggiorare il debito pubblico ed esplodere la disoccupazione (il tutto nel tentativo di mettere a posto i nostri conti con l'estero) le banche del Bel Paese hanno accumulato delle ingenti sofferenze bancarie, sia verso coloro i quali, perdendo il proprio impiego, non sono stati più in grado di pagare le rate del finanziamento contratto (o del mutuo), sia verso quelle imprese che, a causa del crollo del fatturato (dovuto alla diminuzione dei consumi interni), quando non hanno chiuso, si sono indebitate sempre di più. Una semplice occhiata alle seguenti figure vi darà la misura della questione.


Si noti come il problema, scoppiato a causa della crisi nel 2008, abbia continuato ad aggravarsi negli anni successivi a causa del cosiddetto sudden stop, cioè quello che gli economisti chiamano il blocco degli investimenti da parte delle banche creditrici del sistema dell'Eurozona (quelle del nord Europa) verso quelle debitrici (del sud). La dinamica, per chi la volesse approfondire, è stata chiarita dal vice presidente della BCE nel suo noto discorso di maggio 2013 ad Atene (di cui mi sono occupato, per la prima volta, qui).

Apro una parentesi sul decreto "Salva Banche" con il quale il governo ha regolamentato l'annosa questione della Banca Popolare d'Etruria e delle altre istituzioni finanziarie entrate recentemente in crisi. Indipendentemente dal fatto che, nei casi in questione, la Commissione Europea ci abbia, o meno, impedito di utilizzare fondi pubblici per il risanamento di quegli istituti (il caso è materia di discussione e non voglio perderci tempo) è chiaro che l'approccio voluto dall'Europa a partire dal primo gennaio 2016 sarà quello previsto dalla procedura definita come Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD).

La questione veramente importante per il Paese non è tanto la mala gestio, o persino la rilevanza penale del comportamento di alcuni soggetti implicati nel dissesto di alcune piccole banche locali (il nome più altisonante è il padre del ministro Boschi) ma il fatto che, se la crisi si dovesse estendere ad altri istituti, a noi italiani non verrà concesso, a differenza di quanto avvenuto per altri, di salvare dal fallimento, mediante l'utilizzo di fondi pubblici, le banche che si dovessero trovare in difficoltà.  Il BRRD prevede che il risanamento avvenga tramite il cosiddetto bail-in, ovvero abbattendo il capitale (e quindi le azioni dei soci), non pagando gli obbligazionisti, e prelevando le risorse necessarie direttamente dai clienti, fatta eccezione per il fondo di garanzia europeo sui conti correnti sotto i centomila euro (che però, attualmente, è una garanzia solo al livello teorico).

Se poi il BRRD dovesse causare una perdita di fiducia nel sistema creditizio da parte dei risparmiatori, tale da provocare una corsa agli sportelli (bank run, in inglese) allora il nostro governo si vedrà costretto a chiedere l'intervento del Meccanismo di Stabilità Europeo (European Stability Mechanism o ESM) che prevede la gentile concessione, dietro il pagamento di un congruo interesse, di prestiti vincolati ad un programma di riforme politiche che è esattamente quello che è successo in Grecia o in Spagna, dove le banche sono state salvate e il tasso di disoccupazione è il doppio del nostro.

Presto, il governo italiano potrebbe essere costretto a decidere se applicare le regole europee, e quindi risanare i bilanci delle banche con i nostri soldi e/o con quelli chiesi a prestito dall'Europa, oppure rigettare i trattati BRRD e ESM e, che vi piaccia o no, ricapitalizzare il sistema finanziario in lire.

lunedì 14 dicembre 2015

L'austerità e il terrorismo portarono Hitler al potere (speriamo che la storia non si ripeta) 2 di 2

Nel post precedente (che vi raccomando di leggere qui) ho brevemente descritto le condizioni economiche in cui si trovava la Germania al tempo in cui Hitler arrivò al potere, identificando nelle politiche di austerità, e nella conseguente disoccupazione, la causa principale della sua ascesa. Di seguito vorrei descrivervi i motivi per cui quel periodo del passato presenta diverse, inquietanti, analogie con il nostro presente.

Infatti, Maastricht e l'euro sono oggi quello che il trattato di Versailles rappresentò per la Germania negli anni tra tra le due guerre mondiali. Come quest'ultima che, per ripagare le riparazioni di guerra e bloccare l'iperinflazione del 1922-23, ebbe bisogno dei dollari provenienti dagli USA, anche le economie dei paesi europei più in crisi hanno basato la loro crescita degli anni duemila (nel caso dell'Italia piuttosto modesta) sui capitali esteri. In questo caso si è trattato degli euro provenienti dalle banche dell'Europa del nord (Germania e Francia in testa). Chi di voi legge dalla sua nascita questo blog si ricorderà, senza dubbio, il grafico che mostra l'impennata del debito privato in Italia, e anche la figura successiva, preparata dal vice presidente della Banca Centrale Europea, dove viene illustrata la crescita dell'esposizione delle banche dei paesi più duramente colpiti dalla crisi, verso gli istituti finanziari delle nazioni europee creditrici, avvenuta a partire dalla nascita dell'eurozona.


Come la grande depressione bloccò l'afflusso di dollari americani verso la Germania, così le conseguenze della grande recessione americana del 2007 hanno provocato la fine degli investimenti intraeuropei che avevano reso possibile, nelle nazioni dell'Europa periferica, dei tassi d'interesse paragonabili a quelli delle più avanzate economie del centro e del nord. Il sudden stop (così viene chiamato dagli economisti) è il punto preciso del grafico precedente in cui la crescita del debito privato in Italia si arresta. E' da allora che ci sentiamo dire che sono finiti i soldi. La stessa cosa è avvenuta anche negli altri paesi più duramente colpiti dalla crisi (come, ad esempio, la Grecia e la Spagna).

Il governo di Mario Monti, e quelli delle altre nazioni europee colpite dalla crisi, hanno perseguito le stesse politiche di austerità che furono utilizzate anche da Brüning, in Germania, tra il 1930 e il 1932, causando peraltro la stessa brusca caduta del PIL e una drammatica disoccupazione.


C'è tuttavia una differenza tra i due periodi. In Germania, quell'epoca si concluse con l'avvento del nazismo e la fine della democrazia, mentre oggi la situazione europea sembra assai differente dal punto di vista politico. Tuttavia, forse, oggi il pericolo maggiore per la democrazia non arriva dalle forze politiche che avanzano (i cosiddetti partiti populisti) ma dai governi stessi.

Il punto di svolta per il partito nazista fu il rogo del parlamento di Berlino, il 27 febbraio del 1933, per cui i nazisti accusarono i comunisti (non esistevano ancora Bin Laden o l'Isis). A quell'attentato terroristico Hitler reagì con un decreto d'urgenza "per la protezione del popolo e dello stato" che di fatto sospendeva la costituzione e soppresse la democrazia.

Oggi, la corsa verso il totalitarismo non appare altrettanto rapida come quella che portò i nazisti al potere in Germania. Tuttavia, non può passare inosservato il fatto che: attentato dopo attentato, crisi dopo crisi, emergenza dopo emergenza, si moltiplicano in tutta Europa le leggi che limitano i diritti dei lavoratori (in nome della produttività), diminuiscono il potere dell'opposizione in parlamento (in nome della governabilità), mettono sotto controllo internet e gli altri sistemi di comunicazione (in nome della sicurezza).

Concludo con le dichiarazioni di un gerarca nazista, Hermann Goering, che sarebbe meglio tenere sempre a mente:

«È ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? Certo, la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari Stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese.»






















 


lunedì 7 dicembre 2015

L'austerità e il terrorismo portarono Hitler al potere (speriamo che la storia non si ripeta) 1 di 2

L'argomento di questo post è importante, e merita un certo approfondimento, tanto che per renderlo di più facile lettura l'ho diviso in due parti. La seconda puntata la leggerete settimana prossima.

E' stato scritto tanto a proposito di Hitler, dell'economia europea fra le due guerre, e dell'inflazione degli anni venti. Io non potrei mai essere all'altezza di aggiungere altro rispetto a quanto già raccontato da illustri storici ed economisti. Il mio scopo, infatti, si limita a quello di farvi notare come i consensi che portarono Hitler al potere in Germania maturarono dalle politiche di austerità messe in atto dal governo tedesco, dopo la grande depressione del 1929, e che tale situazione presenta alcune significative analogie con quella attuale. Insomma, la storia si ripete ma ogni volta sembra sempre diversa (ma solo per chi non la conosce).

Partiamo dal fatto che dopo la prima guerra mondiale, persa dalla Germania, il trattato di pace di Versailles impose ai tedeschi l'onere di pagare delle pesantissime riparazioni. Il motivo principale di questo trattamento fu l'insistenza del governo francese. Keynes, nella sua celebre opera "Le conseguenze economiche della pace", descrive il primo ministro Clemenceau come un politico convinto del fatto che il conflitto appena terminato fosse solo uno dei tanti contro la Germania, e che in futuro ce ne sarebbero stati altri. In quest'ottica, il suo scopo doveva pertanto essere quello di indebolire il nemico il più possibile, per dare un vantaggio competitivo al suo paese allo scoppio della prossima guerra. Da questo atteggiamento, ne scaturì un accordo oltremodo punitivo che difficilmente avrebbe potuto essere rispettato dai tedeschi.

La conseguenza di quella pace cartaginese (come la definì il Keynes) fu l'iperinflazione tedesca degli anni venti del novecento. E' necessario che vi precisi, ma senza entrare nel dettaglio, che gli storici sono divisi sul motivo tecnico che causò tale fenomeno. Come ricordato dal Prof. Charles Kindleberger in "I primi del mondo", la scuola monetarista sostenne che l'esplosione dei prezzi fu innescata dall'eccessiva stampa di moneta da parte della banca centrale tedesca, mentre per la scuola strutturalista il motivo sarebbe stato la difficoltà di ripartire gli oneri dei sacrifici per il pagamento delle riparazioni di guerra tra le classi sociali. Se ho capito bene, secondo quest'ultima scuola di pensiero il governo avrebbe dovuto aumentare la produttività delle fabbriche tedesche allungando la giornata lavorativa. Inoltre, avrebbe dovuto eseguire una politica di austerità per diminuire i consumi interni, proteggendo così il valore della moneta. Comunque, indipendentemente dalla possibilità, o dalla volontà, del governo tedesco di adempiere al trattato di Versailles senza provocare l'iperinflazione, è opinione ampiamente condivisa che quell'accordo di pace fu l'origine del problema.

Riguardo alle conseguenze dell'inflazione, lo storico Eric Hobsbawn, Nel best seller "Il secolo breve" racconta che la moneta perse completamente il suo valore, riducendo sul lastrico le persone che vivevano di rendite fisse o di risparmi. Da quel momento l'economia della Germania dipese dagli investimenti in valuta estera. Tali afflussi di denaro arrivarono dagli USA, a partire dal 1924, con il piano Dawes.

Gli anni successivi all'iperinflazione (che durò dal 1922 al novembre 1923) beneficiarono di una certa stabilità dei prezzi, di una disoccupazione sotto controllo, e anche di una certa crescita economica. In ogni caso, non furono rose e fiori. Io ho trovato dei dati non proprio confrontabili, e forse anche contrastanti, in quanto Hobsbawn scrive che in quel periodo la disoccupazione media in Germania era del 10%, mentre Wikipedia, nella sezione che si occupa della repubblica di Weimar riporta un grafico dove è indicato che la disoccupazione nel 1928 era ben al di sotto del 10%.

In ogni caso, e qui veniamo al punto che ci interessa particolarmente, come riportato da Marcello Flores nel suo libro "Storia Universale XX Secolo" il partito nazista raggiunse solo il 2,6% dei voti alle elezioni del 1928, nonostante l'inflazione del 1922-23, e la conseguente distruzione del risparmio.

Poi venne il crollo di Wall Street del 1929 e la grande depressione dei primi anni trenta. Per ovvi motivi (i soldi erano finiti) si bloccarono i flussi di capitali che arrivavano in Germania dagli USA e, come già accennato, proprio da quelle risorse la Germania dipendeva finanziariamente. Il governo del cancelliere Brüning passò alla storia per le misure di austerità draconiane che impose ai suoi concittadini (fu una specie di Monti ante litteram) e questo fece impennare il numero dei disoccupati che, tra il 1930 e il 1932 raddoppiò. Il dato è confermato sia da Marcello Flores che da Wikipedia, così come entrambe le fonti concordano sui dati elettorali che videro, solo a partire da allora, la escalation dei consensi del partito di Hitler: 18% nel 1930 e 37% nelle elezioni di luglio del 1932.

Secondo lo storico Eric Hobsbawn, tuttavia, fu la distruzione del risparmio causata dall'inflazione a spianare la strada al fascismo in Europa. Va ribadito che questa conclusione non sembra essere suffragata dai fatti. Si può tuttavia ipotizzare che Hobsbawn intendesse che le conseguenze dell'inflazione costrinsero i governi degli anni trenta ad imporre l'austerità per mancanza di risorse, cosa che poi ebbe l'effetto di provocare l'avanzata del nazismo in Germania. Comunque, anche concordando con quest'interpretazione, è bene sottolineare che la causa dell'inflazione fu, in origine, il trattato di pace di Versailles, a cui pertanto andrebbero ricondotte tutte le sciagure successive.

Sotto troverete alcuni estratti dei libri che ho consultato per scrivere questo breve articoletto. Mi sembrava utile, ed interessante, riportarveli. Non vi annoio ulteriormente, e lascio alla prossima settimana il confronto tra gli anni venti e la nostra epoca. Anche se, molti di voi avranno già capito dove voglio arrivare.



Fonti:

John Maynard Keynes, Le conseguenze economiche della pace: Se noi contrastiamo passo per passo ogni mezzo per il quale la Germania o la Russia possono riconquistare il loro benessere materiale, solo perché nutriamo un odio nazionale di razza o politico per le loro popolazioni o per i loro governi dobbiamo anche prepararci a fronteggiare le conseguenze di tale sentimento. [...]. La politica di ridurre la Germania in uno stato di servitù per una generazione, di degradare la vita di milioni di esseri umani, e di privare di ogni benessere un'intera nazione dovrebbe essere aborrita e detestata anche se fosse possibile attuarla, anche se ci si dovesse arricchire, anche se essa non spargesse il seme della decadenza di tutta la vita civile dell'Europa.

John Maynard Keynes, Le conseguenze economiche della pace: nonostante l'esito vittorioso per essa della lotta presente (con l'aiuto, questa volta, dell'Inghilterra e dell'America), la posizione futura della Francia  rimaneva precaria agli occhi  di un uomo [Clemenceau] il quale partiva dall'assunto che la guerra civile europea è da considerarsi uno stato di cose normale o almeno ricorrente in futuro, e che conflitti tra grandi potenze analighi a quelli che hanno occupato l'ultimo secolo impegneranno anche il prossimo. Secondo tale visione del futuro, la storia europea è destinata a essere una perpetuo incontro di boxe, del quale la Francia ha vinto questo round, ma del quale questo round non è cetamente l'ultimo. Da questa convinzione che in sostanza il vecchio ordine non cambierà, essendo fondato sulla natura umana che è sempre la stessa, e dal conseguente scetticismo dalla Società delle Nazioni, la politica della Francia e di Clemenceau derivava logicamente: una pace di magnaminità o di trattamento equo e paritario, basato su una "ideologia"  come quella dei Quattoridici Punti di Wilson, poteva avere soltanto l'effetto di accorciare i tempi della ripresa tedesca e di affrettare il giorno in cui la Germmania scaglierà di nuovo contro la Francia il peso della sua superiorità numerica e delle sue maggiori risorse e capacità tecnica.

Charles P. Kindleberger, I primi del mondo. Come nasce e come muore l'egemonia delle grandi potenze, IX. La Germania, la ritardataria, 11. Il periodo tra le due guerre: migliaia di pagine sono state scritte sull'inflazione, pagine ricche di grandi intuizioni e notevoli sottigliezze, ma il problema, mi pare riguarda il quesito se la società tedesca all'indomani della guerra fosse capace di sostenere i rilevanti oneri della ricostruzione e delle riparazioni, oneri sopportabili solo costruendo una coesione sociale che avrebbe permesso di distribuitrli. Le riparazioni fissate dopo Versailles erano ingenti; molto più ragionevole era l'ipotesi di Keynes, secondo cui una cifra come 10 miliardi di dollari sarebbe stata sopportabile, diversamente dai 40 miliardi di dollari che aveva calcolato come implicitamente imposti dal trattato di Versailles, o i 33 miliardi più le tasse sulle esportazioni (da ripagare nel corso di 42 anni) concordati dalla Commissione per le riparazioni nell'aprile del 1921. La questione era se ci fosse o meno la volontà di pagare. La scuola monetarista sostiene che l'inflazione tedesca dipese dall'eccessiva emissione di marchi da parte dela Reichsbank, mentre la strutturalista sostiene che dipese dall'incapacità dei vari segmenti dell'economia di distribuire gli oneri.

Eric J. Hobsbawn, Il secolo breve 1914/1991, l'età della catastrofe - nell'abisso economico: Nel caso estremo la Germania del 1923, l'unità monetaria perse di un milione di milioni il valore che aveva nel 1913, cioè a dire il valore della moneta si ridusse in pratica a zero. [...]. In breve, il risparmio privato scomparve completamente, creando così un vuoto quasi completo di capitali da investire in attività produttiva, il che spiega in grande misura il fatto che l'economia tedesca negli anni successivi alla guerra dovesse affidarsi in misura massiccia ai prestiti esteri. Questo la rese insolitamente vulnerabile allorché iniziò la crisi. [...]. Quando nel 1922-23 la grande inflazione finì, essenzialmente per la decisione dei governi di bloccare la stampa di carta moneta in quantità illimitate e di cambiare valuta, le persone in Germania che vivevano di risparmi o di redditi fissi si trovarono sul lastrico. [...]. Ci si può facilmente immaginare l'effetto traumatico di un'esperienza simile sulle classi medie e medio-basse. Essa rese l'Europa pronta per l'avvento del fascismo.

Marcello Flores, Storia universale - Il XX Secolo (allegato al Corriere della Sera), pag.257: I disoccupati, che nel 1930 sono già tre milioni, nel 1932 raggiungono i sei milioni. Il rapporto diretto che esiste tra crisi economica e l'ascesa del partito nazista emerge dai risultati elettorali. Nel 1928 la NSDAP ha appena il 2,6% dei voti, che salgono a 18,3% nel settembre 1930 (con sei milioni e mezzo di elettori) e raggiungono nel luglio 1932 il 37,4% dei consensi.



































lunedì 16 novembre 2015

La correlazione (assente) tra pressione fiscale ed economia sommersa

Oggi vorrei mostrarvi due classifiche.

La prima è quella della pressione fiscale. I dati sono la media di quelli delle entrate fiscali in percentuale al PIL dal 1999 al 2007 disponibili sul sito dell'OCSE (tax revenue % of GDP).

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La seconda è la stima dell'economia sommersa (shadow economy) come percentuale del PIL in base a questo documento della World Bank. Il dato è sempre quello medio 1999-2007 ad eccezione di Cile e Israele dove ho preso la media 1999-2006.

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Come potete osservare, il nostro paese (evidenziato in rosso) è messo abbastanza male. Nel senso che ci troviamo piuttosto a sinistra in tutti e due le figure. Questo vuol dire che abbiamo un'alta pressione fiscale e anche un'economia sommersa molto sviluppata. Si sapeva, penserete voi, ma perché vi dovrebbe interessare?

Complice, come abbiamo visto, la situazione italiana c'è chi pensa che il "nero" dipenda dalle troppe tasse e che, viceversa, con un fisco più umano l'evasione fiscale diminuirebbe. Il discorso non fa una piega, oltretutto, è anche molto apprezzato tra i potenziali elettori (e si capisce il perché).

Tuttavia, se date un'occhiata anche agli altri paesi scoprirete che non tutte le nazioni con un alto sommerso hanno anche un'insopportabile pressione fiscale, e al contrario, non in tutti i paesi dove i cittadini tendono a pagare le tasse c'è un fisco leggero. Vi semplifico le cose incrociando i dati nel grafico qui sotto.

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Sulla linea delle ascisse (quella orizzontale) avete la pressione fiscale e su quella delle ordinate (verticale) l'economia sommersa. Cosa succede? La serie di pallini rossi presi ad esempio sono un gruppo di paesi con un'elevato sommerso che vanno dal Messico, che ha una pressione fiscale molto bassa, all'Italia che ha un'evasione un po' più bassa del paese americano pur avendo un fisco molto più pesante.

Poi ci sono i pallini gialli, una serie di nazioni nelle quali le tasse vanno dal 20% scarso del Cile al 46% della Svezia, e il sommerso è ad un livello equivalente.

Infine il gruppo dei verdi, dove troviamo a sinistra USA e Svizzera che uniscono con un basso livello di economia "nera" a una pressione fiscale ampiamente sopportabile e a destra gli austriaci dove, nonostante un livello di sommerso molto basso, le tasse sul PIL superano addirittura quelle italiane.

Quindi, cosa ci dice quest'analisi? Che non parrebbe confutata la tesi di coloro i quali propongono una più bassa tassazione del reddito (magari non progressiva ma proporzionale, flat tax) adducendo come motivazione il fatto che così si verificherebbe una minore evasione fiscale e un maggior gettito per lo stato.





lunedì 19 ottobre 2015

Cosa sapete veramente sull'ISIS?

Parlando dell'ISIS con degli amici, dopo aver ascoltato quello che loro mi dicevano sulla necessità, da parte dell'Italia, di andare a bombardare l'Iraq per proteggere il nostro paese dal terrorismo islamico ho sentito la necessità di condividere con voi alcune informazioni sull'argomento che ho raccolto nell'ultimo anno. Com'è mia consuetudine fare, ogni notizia verrà riportata insieme alla sua fonte, consultabile facendo copia incolla dei collegamenti che troverete alla fine del post. In questo modo potrete giudicare voi stessi l'attendibilità di quanto vi racconterò.


1. L'ISIS e le origini del conflitto in Siria

L'ex ministro degli esteri francese Roland Dumas sostiene che durante un incontro al quale avrebbe partecipato anni fa gli fu comunicato, da parte di alcuni responsabili inglesi, che stavano preparando l'invasione della Siria. In quell'occasione gli fu chiesto se la Francia avrebbe partecipato al conflitto (1).

Poi, c'è l'ex comandante supremo della NATO per l'Europa Wesley Clark che ha dichiarato, anche lui in televisione, che l'ISIS è stata creata degli alleati degli americani (2) in funzione anti Hezbollah.

Ma la testimonianza più importante è quella dell'ex segretario di stato americano Hillary Clinton che ha ammesso come l'ISIS sia, purtroppo, il risultato del tentativo di creare in Siria una forza che si opponesse al governo di Assad (3).


Alla luce di queste dichiarazioni, quello che io mi chiedo è se sia lecito essere convinti del fatto che, coloro i quali sono parte del problema per loro stessa ammissione, e mi riferisco in particolare alle dichiarazioni della Clinton, possano avere la necessaria credibilità per essere chiamati a contribuire efficacemente alla soluzione. Credo che converrete con me che questa sia una domanda piuttosto legittima.


2. Gli USA e i loro alleati chi stanno sostenendo in Siria?

E' ormai una notizia di dominio pubblico (almeno lo spero) che gli Stati Uniti e i loro alleati (tra i quali gli Stati del Golfo, la Turchia, il Regno Unito e la Francia) stanno sostenendo una guerra contro il governo siriano del presidente Assad. Quel feroce dittatore che tuttavia, fino a qualche anno fa (come qualcun altro prima di lui) era benvenuto in gran parte dei paesi occidentali. Basta gugolare le immagini di Assad con (elenco non esaustivo): Regina di Spagna, d'Inghilterra, Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, etc. etc.

Notizie sul fatto che alcuni governi sostengono, e addestrano, i ribelli in Siria non mancavano anche in tempi meno recenti, quando la cosa era considerata uno scoop. Per esempio, nel marzo 2013, il britannico Guardian riportava la notizia dell'addestramento di ribelli siriani in Giordania da parte di: USA, Regno Unito e Francia (4). Nello stesso periodo, anche l'agenzia di stampa Reuters comunicava la medesima notizia riprendendo il giornale tedesco Spiegel (5). Per chi non si fidasse, è di qualche giorno fa la notizia che il governo americano, nella persona del presidente della commissione difesa del senato americano John McCain (more on him later) si è lamentato del fatto che i bombardamenti russi fossero diretti contro i ribelli addestrati dalla CIA (6).

Insomma, gli USA sono impegnati in questa guerra insieme agli alleati. Tuttavia, qual è lo scopo, sconfiggere l'ISIS o il governo siriano? Il tema è piuttosto controverso, per usare un eufemismo. Ad esempio, tempo fa furono pubblicate delle foto che ritraevano proprio il senatore McCain insieme ai cosiddetti ribelli siriani. In queste immagini comparivano dei personaggi non proprio raccomandabili, tra i quali esponenti di Al-Qaeda in Siria (dove è chiamata Al-Nusra) e persino il presunto leader dell'ISIS Abu Backr al-Baghdadi (7). Va bene, direte voi,  questo è solo un imbarazzante e sfortunato incidente. Andiamo avanti.

In un intervista di aprile 2015, Assad affermò che gli Stati Uniti e i loro alleati supportano il terrorismo in Siria (8). Ma forse la dichiarazione più forte è di Putin che, in una conferenza stampa a margine di un incontro con David Cameron (imbarazzatissimo primo ministro britannico), affermò che gli alleati sostengono dei terroristi che uccidono i loro nemici e poi mangiano i loro organi (9 e 10).

Infine, secondo syrianfreepress.wordpress.com, il leader dell'ISIS al-Baghadi si chiamerebbe Simon Eliott e sarebbe, in realtà, un agente del Mossad (11).

Questi però sono i nemici, direte voi, e fanno propaganda. E' vero ma, d'altro canto, non è detto che la propaganda dei nostri governi sia sempre veritiera, no? In ogni caso, anche qualche amico accusa direttamente i paesi occidentali di aiutare i terroristi islamici. Ad esempio, secondo Voltaire.net, il parlamento iracheno avrebbe chiesto spiegazioni a Londra dopo aver abbattuto due aerei britannici che, secondo loro, trasportavano aiuti all'ISIS (12).

Ci sarebbe inoltre da riflettere sulla notizia secondo la quale il dipartimento di stato americano avrebbe finanziato una quarantina di camionette, di una nota marca giapponese, che sono in uso all'ISIS e che sono, tra l'altro, visibili in diversi filmati televisivi e immagini giornalistiche (13).

Senza contare il fatto che un rapporto di WND afferma di aver scoperto mille pagine di documenti ufficiali, da dove risulta che l'ex segretario di stato americano Hillary Clinton avrebbe avuto un ruolo importante nell'agevolare l'ascesa dell'ISIS (14). Cosa che, come vi ho già accennato, lei stessa ha già in parte ammesso.

Poi, tutto sommato, è un fatto che dopo più di un anno dall'inizio dei bombardamenti anti ISIS ad opera di USA e alleati (iniziati ad agosto 2014) non sembrano ancora essere stati ottenuti grandi risultati. Anzi, è proprio durante questo periodo che l'ISIS è riuscita a conquistare la città di Palmira e che i territori sotto il suo controllo si sarebbero estesi fino a metà della Siria (15). Ricordiamoci di tutto questo perché ora che Putin ha iniziato la sua campagna militare contro l'ISIS prendendo la palla al balzo, chissà che in futuro qualcuno non approfitti per raccontarci che il merito della vittoria è stato della cooperazione internazionale tra alleati e russi.

Ma c'è un'evidenza ancora più importante del fatto che alcuni governi occidentali siano dalla parte dell'ISIS. Sempre Voltaire.net ci mostra un documento ufficiale del Pentagono, datato agosto 2012 ma consultabile dal 18 maggio 2015 su richiesta del gruppo conservatore Judicial Watch. In questo rapporto c'è scritto che i paesi occidentali, gli stati del Golfo e la Turchia sostengono le forze di opposizione in Siria che sono: i salafiti, i fratelli mussulmani, e AQI ovvero Al-Qaeda Iraq (o Al-Nusra) che attraverso il portavoce dello Stato Islamico (l'ISIS) ha chiamato alle armi i sunniti iracheni contro il governo siriano. L'obiettivo, sostenuto dagli alleati, è quello di creare un principato salafita (lo stato islamico) che possa isolare il regime siriano (16).




Non so voi ma io qualche dubbio su questa storia dell'ISIS inizio ad averlo.


3. Conclusioni

La storia che le notizie sopra riportate ci raccontano, non è molto diversa da quella già vista in Afghanistan, in Iraq, o più recentemente in Libia. C'è sempre qualche banda armata, sostenuta da paesi stranieri, che prova a sostituirsi al governo in carica. Non importa come si chiamino: Talebani, Alleanza del Nord, Al Qaida, ISIS... sono sempre dei cavalli di Troia per poter instaurare un regime amico in una località nella quale si coltiva qualche interesse politico, militare e/o economico. Solo che non è consuetudine dire la verità ai propri elettori. Bisogna inventarsi qualche cosa come un'emergenza terroristica che giustifichi guerra preventiva, un intervento umanitario, oppure di peace keeping, etc. etc.

Lungi da me l'idea di pensare di aver capito tutto su quello che succede in Siria e nel mondo. Io provo solo a informarmi da fonti alternative a quelle tradizionali (giornali e TV). E chissà perché, quando lo faccio, giungo sempre alla conclusione che c'è qualcosa di più che i media main stream non dicono.

Se anche tu che al mattino sfogli il tuo quotidiano preferito e alla sera guardi il telegiornale, leggendo questo post hai scoperto cose nuove che non sapevi, allora il mio suggerimento è quello di cambiare fornitore di notizie.

PS: ma voi lo sapevate che i video e le dichiarazioni dei membri dell'ISIS sono dei contenuti che le televisioni acquistano da una società fondata da una signora che collabora con il governo americano (17)?


Fonti:
(1) https://www.youtube.com/watch?v=Kz-s2AAh06I
(2) https://www.youtube.com/watch?v=QHLqaSZPe98
(3) http://www.theatlantic.com/international/archive/2014/08/hillary-clinton-failure-to-help-syrian-rebels-led-to-the-rise-of-isis/375832/
(4) http://www.theguardian.com/world/2013/mar/08/west-training-syrian-rebels-jordan
(5) http://www.reuters.com/article/2013/03/10/us-syria-crisis-rebels-usa-idUSBRE9290FI20130310
(6) http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-10-01/raid-russi-siria-usa-accusano-mosca-colpiti-ribelli-addestrati-cia-cremlino-non-solo-isis-gli-obiettivi---212058.shtml?uuid=ACSaOb8
(7) http://www.voltairenet.org/article185102.html
(8) http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=11123
(9) https://www.youtube.com/watch?v=yUtLYAZkZpg
(10) https://www.youtube.com/watch?v=1d-XzwMUg-4
(11) https://syrianfreepress.wordpress.com/2014/08/27/isis-mossad-aanirfanblogspot-report/
(12) http://www.voltairenet.org/article186940.html
(13) https://www.rt.com/usa/317886-toyota-isis-trucks-treasury/
(14) http://vocidallestero.it/2015/05/30/hillary-clinton-aiuto-lascesa-dellisis/
(15) http://www.voltairenet.org/article187713.html
(16) http://www.voltairenet.org/article187723.html
(17) http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=4650



lunedì 12 ottobre 2015

Un grafico che spiega il declino della produttività in Italia

Chi di voi ha sentito dire che il problema dell'Italia è la produttività? Avevo già scritto un post su questo argomento (qui) ma ho pensato che valesse la pena di aggiungere qualcosa.

Di seguito troverete un grafico con i dati storici della produttività del lavoro dal 1981 al 2007 (dati OCSE).


La produttività del lavoro è il rapporto tra fatturato delle imprese e il costo del lavoro (o il numero delle ore lavorate). Chi desiderasse una spiegazione più tecnica dei dati la troverà direttamente alla fonte (qui).

Osservate come l'andamento in ascesa del grafico subisce un brusco stop a partire dagli anni novanta. Precisamente, dal 1995 in avanti la tendenza è quella di una produttività stagnante o in discesa. Come si spiega?

Vi rimando, per una spiegazione più esaudiente, a un post del 2013 dell'economista Alberto Bagnai: "Declino, produttività, flessibilità, euro: il mio primo maggio" che gli amanti dell'economia potranno trovare anche in versione scientifica, pubblicato sulla rivista International Review of Applied Economics "Italy's decline and the balance-of-payment costraint: a multicountry analysis". 

Sintetizzando al massimo la questione, sono state date tre possibili spiegazioni di questo fenomeno:

1. il cosiddetto nanismo delle imprese italiane, che sarebbero troppo piccole per avere un'efficienza ottimale.

2. la poca propensione alla ricerca e sviluppo che ne rallenterebbe la produttività.

3. la flessibilità, che avrebbe causato la svalutazione del costo del lavoro e scoraggiato la capacità innovativa delle aziende, favorendo le attività a maggior utilizzo di lavoro rispetto a quelle dove è necessario il capitale.

I primi due punti sono le critiche che vengono fuori più facilmente nei dibattiti main stream ma, trattandosi di caratteristiche storiche delle imprese italiane, non sono adatte per spiegare la brusca inversione di tendenza avvenuta solo a partire dal 1995.

Il terzo punto è frutto di almeno un paio di studi scientifici (qui e qui), uno dei quali dell'economista italiano Francesco Daveri. Tuttavia, il declino della produttività (1995) sembrerebbe anticipare di qualche anno la prima riforma del mercato del lavoro (1997).  

Il Prof. Bagnai suggerisce un'altra spiegazione, illustrata nel grafico che segue.


Come potete vedere, la linea rossa del cambio sembra essere correlata con quella verde della produttività per tutto il periodo preso in esame. In particolare, quello che interessa a noi, è che la rivalutazione del 1995 (la linea rossa che scende) porta con se un appiattimento di quella verde. Successivamente, il cambio viene fissato (linea rossa piatta) e la produttività prima si arresta e poi, a seguito della crisi, crolla. Tornando indietro fino al periodo dello SME credibile (1987-1992) che aveva fissato i cambi delle monete europee entro una banda d'oscillazione ridotta (lo vediamo dal cambio piuttosto stabile evidenziato in quel periodo dalla linea rossa) osserviamo lo stesso fenomeno, ovvero l'appiattimento della linea verde che misura la produttività.

Pertanto, il declino della produttività sarebbe solo un altro effetto negativo del cambio fisso, e quindi dell'euro.







lunedì 5 ottobre 2015

Le vere ragioni della crescita del PIL (secondo il governo)

Quando le interferenze disturbano il segnale è necessario risintonizzare il canale.

Sul Documento di Economia e Finanza (DEF) presentato dal governo cioè dal Ministero dell'Economia e delle Finanze (il MEF per gli amici) ad aprile 2015, vi si legge a pagina 4 che per il 2015 è prevista una crescita pari allo 0,7% (poi aggiornata allo 0,9%).

Facendo lo sforzo ammirevole (perché il DEF è davvero noioso) di arrivare fino a pagina 16 verremo ricompensati dalla lettura di un'interessante tabella in cui si afferma, in sostanza, che di quella crescita dello 0,7% (o 0,9%) le variabili esogene, ovvero quelle non imputabili alle scelte di politica economica del governo, contano lo 0,6%.

In pratica, il governo afferma che la crescita del 2015 dipenderà quasi totalmente dalle favorevoli condizioni di mercato internazionali. Soprattutto, la svalutazione dell'euro e il basso prezzo del petrolio. Tutto questo con buona pace: degli interventi in televisione, degli articoli sui giornali, dei tweet e di tutti gli accidenti che si inventano ogni giorno per confondere le acque. Attenzione a non perdere il segnale.


Ma le riforme? Il Jobs Act? Alla meglio, sono comprese in quello 0,1% che non deriva dalle variabili esogene. 

Attenzione, dire che fino ad ora le riforme non hanno avuto alcun impatto rilevante sull'economia, non significa escludere che possano averlo in futuro. Tuttavia, anche questo scenario, auspicabile per il governo, va ben interpretato. Perché il Jobs Act funzionerebbe solo nel momento in cui agevolasse l'abbassamento degli stipendi.

Già perché loro sperano che la maggior flessibilità del lavoratore (che potrà essere licenziato più facilmente) determini minori pretese e quindi un costo più basso, che avrebbe come effetto un minor prezzo di vendita del prodotto e  una maggiore competitività, che a sua volta servirebbe a dare un impulso alle esportazioni. 

Bene, direte voi, ma se aumentano le esportazioni ci guadagniamo tutti. No, perché se il maggior guadagno venisse ridistribuito fra tutti i partecipanti al processo produttivo (cioè a noi) aumenterebbero di nuovo gli stipendi e si tornerebbe punto e a capo. Ed è per questo motivo che il governo punta solo sulle riforme dal lato dell'offerta, quelle che non aiutano la domanda interna, per rilanciare la crescita.

Stay tuned.


lunedì 28 settembre 2015

Il debito pubblico non c'entra, parola del Prof. Giavazzi

Francesco Giavazzi è un economista italiano conosciuto al grande pubblico anche grazie ai suoi articoli sul Corriere della Sera. E' di orientamento liberista, insegna politica economica all'Università Bocconi di Milano e al MIT di Boston, ha collaborato con diversi governi tra i quali quello di Mario Monti nel 2012. 

Alcune sue dichiarazioni del passato fanno intendere che abbia lievemente sottovalutato la portata della crisi.

4 agosto 2007
<<La crisi del mercato ipotecario americano è seria, da qualche settimana ha colpito anche le borse, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata>>

16 settembre 2008
<<l'economia del mondo è nelle mani di persone responsabili che non decidono guidati dall'ideologia (come pure qualcuno ieri, a Washington, suggeriva), ma dal buon senso>>

Inoltre, il Prof. Giavazzi, insieme ad Alberto Alesina, è famoso per aver enunciato la cosiddetta teoria dell'austerità espansiva, secondo la quale i tagli alla spesa pubblica farebbero crescere l'economia.

22 gennaio 2013
<<Si sta diffondendo una sciocchezza, cioè un'opinione che non ha riscontri nell'evidenza empirica. Il rigore dei conti sarebbe la ragione per cui la recessione si prolunga e la disoccupazione non scende>>

Ho già mostrato (qui) come l'opinione del Prof. Alesina relativamente all'euro sia evoluta nel corso del tempo. Per quanto riguarda invece il Prof. Giavazzi, il dietrofront riguarda le origini della crisi. In un suo articolo uscito recentemente, corredato da uno studio scientifico riguardante le opinioni sulla crisi di 20 economisti di fama mondiale (qui), egli afferma che non si trattò di un problema di conti pubblici fuori controllo.

7 settembre 2015
<<It was a sudden stop, not a public debt crisis>>

Pertanto, l'austerità imposta, ad esempio, al governo greco non è stata solo inutile ma persino dannosa.

<<In response, Greece slashed spending and raises taxes. But this backfired; it set off an austerity cycle>>

Naturalmente, voi tutto questo lo sapevate già. Perché la confessione di Giavazzi è tardiva. Aveva già detto tutto il vice presidente della BCE due anni fa ad Atene (qui).

Personalmente, cerco di avere il massimo rispetto per le opinioni di chiunque ritengo in buona fede. E non conosco il motivo per cui il Prof. Giavazzi, rispetto ad altri, abbia impiegato così tanto tempo a maturare questa sua nuova convinzione. Ma purtroppo, mentre il tempo trascorreva e l'austerità faceva il suo corso, in Spagna aumentavano i suicidi (qui), in Italia raddoppiavano (qui), e in Grecia si contano addirittura 10.000 morti dall'inizio della crisi (qui).

Queste vittime meritano almeno lo stesso rispetto concesso ai ragionamenti fallaci di qualche economista, e ai loro ripensamenti. Quindi, secondo me, non dovremmo mai dimenticarci dei traguardi raggiunti in diversi campi dalla scienza moderna.
L'acqua bagna e la disoccupazione uccide.



lunedì 21 settembre 2015

Avete visto questi documentari?

Oggi voglio segnalarvi alcuni documentari che ho visto (o rivisto) recentemente e che mi sono piaciuti.

Il primo è di Christophe de Ponfilly, un documentarista francese morto nel 2006 a soli 55 anni, e si intitola Massoud l'Afghan. Lo potete vedere in versione originale in francese (qui) o in italiano, anche se in versione spezzettata, (qui). Il tema è l'Afganistan di fine anni novanta, e la lotta del comandante Massoud (il leone del Panshir) contro i talebani sostenuti dai governi di: Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti. Sì, avete letto bene, anche gli USA aiutavano i talebani prima dell'undici settembre secondo de Ponfilly. Troverete ampia letteratura a riguardo. Comunque, il punto chiave della vicenda è il gasdotto che avrebbe dovuto attraversare l'Afganistan, la cui utilità è stata illustrata a Washington dal vice presidente della Unocal John Maresca nel 1998 (qui), e per cui il governo americano ha trattato fino all'ultimo con i talebani.
Massoud è stato ucciso, in circostanze non chiare, pochi giorni prima dell'undici settembre 2001. Si parla di un attentato da parte di una finta troupe televisiva marocchina. Tra l'altro, nel film si vede un'intervista rilasciata, in circostanze probabilmente simili a quelle della sua morte, ma a una televisione russa.

Il secondo documentario è The Fog of War: la guerra secondo Robert McNamara (qui) in versione originale e (qui) sempre in inglese ma con i sottotitoli in spagnolo. Io l'ho visto con i sottotitoli in francese ma ora non trovo il link. Robert S. McNamara (la "S" sta per Strange, incredibile ma vero) è stato segretario di stato americano negli anni sessanta, sotto la presidenza Kennedy e Johnson. Questo documentario intervista è il suo testamento politico, e contiene undici interessanti lezioni che McNamara ha appreso durante la sua vita. Non mancano le indiscrezioni curiose, come il fatto che l'evento che avrebbe scatenato la guerra in Vietnam, noto come l'incidente del golfo del Tonchino, in realtà non è mai accaduto.

Il terzo film è un documentario della BBC del 1989 Sacrifice at Pearl Harbour. La storia raccontata tramite le testimonianze di militari dell'epoca, è quella secondo cui il presidente Roosevelt era a conoscenza dell'imminenza dell'attacco dei Giapponesi a Pearl Harbour, ma non avrebbe fatto niente perché contava sul fatto che quella tragedia avrebbe convinto il parlamento americano ad entrare in guerra contro le potenze dell'Asse. Vero o falso? Giudicate voi (qui).

Infine, ma non per ultimo, vi suggerisco di guardare Citizenfour di Laura Poitras, una documentarista americana che vive a Berlino. Il film è l'ultimo di una trilogia sull'America post undici settembre. Il protagonista è l'ex agente dell'NSA Edward Snowden. La Poitras e il giornalista del Guardian Glenn Greenwald sono le persone che hanno raggiunto Snowden in una camera di albergo a Hong Kong, e che lo hanno reso famoso in questa famosa intervista (qui). Il film è la testimonianza video di quei giorni del 2013 in cui scoppiò lo scandalo noto come datagate. Purtroppo il documentario non è più disponibile on line. Vale comunque la pena di comprarlo e/o di leggere il libro di Greenwald No Place To Hide.

Buona visione!







lunedì 14 settembre 2015

La crisi explicada a mis amigos Españoles

Existe una historia un poco diferente de la crisis, respecto a la que cuentan las televisiones y los periódicos. Os podéis dar cuenta simplemente leyendo este informe del Banco Central Europeo, escrito por su vice presidente, el portugués Vitor Constâncio, en el 2013. 

Según el BCE la culpa de la crisis es del euro. No, no me he vuelto loco, simplemente solo estoy leyendo "The European Crisis and the role of the financial system". Vamos a ver lo que escribe Constancio.


Fijaos: Constâncio escribe que el viejo cuento de la crisis, progresivamente corregido por los académicos, pero todavía muy popular entre la opinión pública, dice más o menos que no había nada de equivocado en el euro y que la crisis ocurría porque los países PIIGS (Portugal, Irlanda, Italia, Grecia y España) no respetaron las reglas de Maastricht. Aunque ese (el popular cuento de los medios de comunicación) tiene una coherencia interna, no es correcto, especialmente en lo que respecta a las principales causas de la crisis.

Y además...



La introducción del euro ha causado una mayor actividad bancaria intra-europea. La exposición de los bancos de los países "virtuosos" hacia los de los PIIGS se ha más que quintuplicado desde la introducción del euro y el comienzo de la crisis.  


Antes del euro, la moneda del país que se hubiese endeudado demasiado se habría devaluado haciendo menos rentable la inversión del exterior. Prácticamente, lo que pasó es que, eliminando el riesgo de cambio entre las diferentes monedas, los capitales han empezado a ir donde la tasa de interés era más elevada, o sea, a los países que tenían una inflación más alta que, como son menos ricos, necesitan más dinero.  

Lástima que se le han "olvidado" de decírnoslo antes. ¿No? Porque hay un montón de articulos cientificos de importantes Nobel en economía, desde los años cincuenta del siglo XX que, advertían de lo que hubiera pasado con una unión monetaria europea. Si no se lo creen, miren, per ejemplo: aqui, aqui, aqui.

No sé si usted sabe lo que está pasando en España. En Italia nos cuentan una historia de ciencia-ficción: del milagro español. Dice que, como es España hicieron las reformas, ahora la economía va bien.  

Bueno, es verdad que el PIB de España crece desde hace un año. 


Aunque el desempleo es aún muy alto. 


En Italia es el 12% (más o menos la mitad) y ya es demasiado para nosotros. 

¿Y cómo puede ser que la economía española crezca aunque el desempleo se mantenga tan alto? ¡Es que el consumo está financiado por el gasto publico! Amigos, lo que pasó es que la deuda privada que ha financiado la economía española hasta la crisis financiera, se ha vuelto publica, pagada por todos los ciudadanos.  


De esta situación quien tiene la culpa? La mayoría del los ciudadanos solo se han endeudado para comprar su casa (la burbuja inmobiliaria), o el coche nuevo, aprovechando los bajos tipos de interés, sin tener ni la mínima idea de lo que estaba pasando, y de sus consecuencias negativas. ¿Si hubieran sabido que, pronto, estarían sin trabajo, no se habrían endeudado, no? 

Por eso, según Constâncio la culpa es de los bancos que no han calculado el riesgo de crédito y dejaron inflar la burbuja especulativa. Hombre, claro, en el corto plazo así ganaban mucho más, y en el largo plazo...son demasiado grandes para quebrar.  



lunedì 7 settembre 2015

Il commercio bilaterale tra Italia e Germania

Secondo gli ultimi dati ISTAT, aggiornati a dicembre 2014, i maggiori partner commerciali del nostro paese sono i seguenti:
Fonte ISTAT (qui)
Pertanto, tenendo conto sia delle esportazioni che delle importazioni, la Germania è il paese con il quale l'Italia commercia di più.

Fonte dati ISTAT (qui)
I settori indicati sono quelli dei codici ATECO
Fonte dati ISTAT (qui)
I settori indicati sono quelli dei codici ATECO
Come potete osservare dai grafici qui sopra Italia e Germania hanno un commercio bilaterale che è in concorrenza, almeno per quanto riguarda i settori più rilevanti. Un importante esempio è il settore automobilistico, compreso nel codice ATECO 87. Noi acquistiamo auto tedesche e a loro vendiamo quelle italiane.

Questo è l'andamento della bilancia commerciale italiana (esportazioni meno importazioni) con la Germania dal 1991 al 2014:


Alcuni di voi noteranno che l'andamento del grafico qui sopra è molto simile a quello delle partite correnti utilizzato più volte per mostrare gli effetti dell'euro, e riportato qui sotto:


ed è spiegato, in larga misura, dall'andamento del cambio reale fra i due paesi (non voglio asserire che sia l'unico effetto ma di certo è il più evidente).

1992 - 1996: la lira esce dallo SME (il sistema che regolava i cambi fra le monete europee prima dell'euro) e si svaluta. Il risultato è che la nostra bilancia commerciale verso la Germania va in surplus

1997 - 2011: durante gli anni dell'euro l'Italia perde competitività a causa di un tasso d'inflazione più alto di quello della Germania (vedi figura qui sotto). Credo sia chiaro a tutti che se hai un'inflazione maggiore, alla lunga, i tuoi prezzi saranno più alti del tuo concorrente, e per questo venderai di meno

La figura qui sopra mostra come nel 2013 il differenziale d'inflazione accumulato fra Italia e Germania negli anni del cambio fisso fosse di circa il 15%

Negli anni tra il 2008 e il 2011 la crisi scoppiata in USA, e propagatasi in tutto il mondo, ha l'effetto di far diminuire le nostre importazioni. Si tratta però solo del primo aggiustamento di reddito. Quello definitivo, operato dal governo, inizia tra il 2011 e il 2012.

2012 - 2013: le politiche di austerità del governo: aumento della pressione fiscale, riforme (su tutte quella delle pensioni) e rispetto del parametro del 3% deficit/PIL, provocano l'effetto desiderato dal governo Monti. Ovvero: la diminuzione del reddito, dei consumi, e quindi delle importazioni, per riequilibrare il nostro saldo delle partite correnti, e anche la bilancia nostra commerciale con il nostro più importante partner commerciale.

















lunedì 31 agosto 2015

I (veri) dati aggiornati sull'occupazione e la disoccupazione

Da qualche giorno è scoppiata una polemica sui dati forniti dal Ministero del Lavoro relativamente ai contratti a tempo indeterminato attivati e cessati da inizio dell'anno. Pare che le informazioni fornite dal governo siano "lievemente imprecise" (qui).

Sinceramente, io rimango piuttosto freddo ogni volta che qualche ministro comunica alla stampa dei dati positivi sull'occupazione, per due semplici motivi:

1. Per capire come sta andando una partita bisogna sapere il risultato. Pensate a cosa sarebbe il tennis se nessuno tenesse il conto dei punti. Ma come si fa, in questo caso, a conoscere il risultato? Capirlo è semplice, basta guardare i dati dell'ISTAT (qui). Analizziamoli insieme.

Il livello di disoccupazione pre-crisi, dati mensili, rilevazione del gennaio 2007, era del 6,2%. L'ultimo dato disponibile, quello di giugno 2015 è del 12,7%. Il risultato della partita, in questo momento, è un poco confortante +6,5% dopo otto anni e mezzo dall'inizio della crisi.

E da quando il governo Renzi sta lavorando per l'Italia come vanno le cose? A febbraio 2014 il dato fornito dall'ISTAT era del 12,7%, lo stesso di giugno 2015.

Si, ma da quando è entrato in vigore il contratto a tutele cescenti del jobs act, com'è evoluta la situazione? A marzo 2015 la disoccupazione era il 12,6%, un decimo punto meno rispetto giugno 2015.








2. Come deve andare a finire la partita il nostro governo ce lo ha già detto nel DEF 2015. La disoccupazione rimarrà oltre il 10% almeno fino al 2019.


Il motivo per cui trovare lavoro continuerà ad essere difficile è che il governo si è impegnato con l'Europa a mantenere bassi i consumi interni. Per questo motivo serve che la gente non abbia lavoro. Altrimenti acquista. Chi segue questo blog lo sa perché ha letto (questo post) un anno fa.

Chi non si fida di me, e fate bene perché io sono un dilettante, può sentire le stesse parole dalla bocca di uno dei rappresentanti del partito di maggioranza del governo, il deputato del PD Alfredo d'Attorre, in questo video di qualche mese fa.

Quindi, dopo tutto, quale reale motivo abbiamo per continuare a sperare che le cose vadano diversamente?




martedì 25 agosto 2015

Alberto Alesina sull'euro nel 1997 (Economisti ... quarto episodio)

Collegamenti alle puntate precedenti:

- Le aree valutarie ottimali di Mundell
- Il ritorno alle monete nazionali favorirebbe il processo d'integrazione europea che oggi l'euro mette a repentaglio
- Economisti che avevano previsto il disastro dell'euro: terzo episodio

Oggi vi proporrò le considerazioni di un economista italiano molto noto: Alberto Alesina.

Nel 1997 il Prof. Alesina commentò un articolo dell'economista Maurice Obstfeld (Berkeley University) intitolato Europe's gamble (la scommessa europea). Troverete il commento a partire da pagina 301 della pubblicazione.

Alesina era molto pessimista sull'euro. Infatti, secondo lui, era una di quelle scommesse che non avrebbe dovuto essere accettata. Di seguito, un breve riassunto del suo punto di vista di allora.

1. L'Europa ha la dimensione territoriale ottimale per essere uno stato nazionale? L'Unione politica europea è incontraddizione con una tendenza storica. Infatti, nel 1946 c'erano 74 paesi, mentre nel 1997 si contavano 192 nazioni, di cui 87 con meno di 5 milioni di abitanti. Questa tendenza, secondo Alesina, si spiega con il fatto che la globalizzazione ha reso meno rilevanti i benefici dovuti alla grandezza territoriale. <<Per quale motivo un paese dovrebbe rinchiudersi in un'unione politica, quando potrebbe rimanere piccolo, godendo della propria autonomia, e commerciando pacificamente con il resto del mondo?>> 

2.L'Europa è un'area valutaria ottimale? Secondo Alesina, quasi certamente no. Infatti, i benefici dell'euro sono probabilmente piccoli, in compenso, i costi, che sono difficili da misurare, rischiano di essere abbastanza grandi. Tra questi gli shock economici asimmetrici (che sono quelli che colpiscono le produzioni di alcuni paesi più di quelle di altri) dovrebbero essere fonte di preoccupazione. Questo perché la rigidità di cambio impedirebbe ai paesi più colpiti dalla crisi di mettere in atto la svalutazione necessaria a ritrovare la competitività perduta con la crisi. Oltretutto in Europa, al contrario che negli USA, manca la mobilità sociale tipica di un'area valutaria ottimale, a causa delle differenze linguistiche e culturali. <<Penso che l'unica alternativa ragionevole all'unione monetaria nel lungo periodo sia la flessibilità dei cambi, e la libera circolazione dei beni e dei fattori di produzione>>.

3.L'euro aiuta la convergenza tra i paesi europei? Ipotizzando che l'euro sia una pessima idea, creare un pessimo sistema monetario scorretto solo per imporre a pochi paesi di ridurre inflazione e deficit pubblici rischia di essere una politica più negativa che positiva nel lungo periodo. D'altro canto, se l'euro fosse il sistema corretto, la convergenza economica fra i singoli paesi sarebbe un fatto naturale. Quindi, secondo Alesina, l'euro servirebbe solo nel primo caso, cioè quando si rivela più che altro un danno. Inoltre i parametri europei, pur incentivando alcuni paesi a ridurre più velocemente i propri deficit di quanto avrebbero fatto fuori dall'unione monetaria, pongono l'accento più sulla riduzione di tali deficit che sul livello di spesa e tassazione, rischiando così di danneggiare la crescita economica. Infine, anche l'esperienza passata ha dimostrato come la riduzione dei tassi d'inflazione avvenuta durante gli anni ottanta non è stata più rapida per i paesi aderenti al Sistema Monetario Europeo (SME) rispetto a tutti gli altri appartenenti all'OCSE. <<Anche se io non nego che i progressi dell'unione monetaria e il trattato di Maastricht abbiano contribuito ad aiutare i paesi europei a regolare la politica fiscale, non è completamente chiaro in che misura lo abbiano fatto>>

4.L'euro consoliderà la pace in Europa? E' stato più volte affermato sia in ambito accademico che sulla stampa che gli svantaggi dell'euro saranno poca cosa rispetto ai vantaggi dell'unione politica europea, che impedirebbe nuovi conflitti militari come quelli avvenuti durante due guerre mondiali. Alesina trova questo argomento non solo poco convincente, ma persino sbagliato. <<Vorrei far notare come nel corso dei precedenti vent'anni, la tensione fra i paesi dell'Europa occidentale sia stata raramente così alta come negli ultimi mesi, in cui l'unione monetaria sta diventando una realtà>>. Alesina si riferisce al 1997, ma questa considerazione è ancora più valida oggi.

La conclusione, infine, contiene con due considerazioni molto interessanti, soprattutto se viste col senno di poi.

La prima è che i sindacati si sarebbero potuti opporre alla maggiore flessibilità nel lavoro che avrebbe necessariamente prodotto l'euro. Infatti, le riforme sul lavoro iniziarono proprio nel 1997 con la legge Treu, continuarono la riforma Biagi 2003, e infine (per ora) siamo arrivati al Jobs Act del 2015. Tuttavia, l'opposizione dei sindacati paventata da Alesina è stata, in fin dei conti, molto sopravvalutata.

La seconda è che i cittadini europei, quando interpellati, si sono sempre dimostrati molto più prudenti dei propri leader riguardo al progetto europeo. E io aggiungo che oggi, dopo diciotto anni, l'euro non ha certo portato una ventata di europeismo tra le popolazioni.




lunedì 17 agosto 2015

La crescita del PIL in Grecia

Forse, vi sarà capitato di sentire in questi giorni alla TV la notizia che l’economia greca ha beneficiato di una crescita sopra le aspettative nel secondo trimestre 2015. Lo 0,8%, contro una previsione negativa del -0,5%.

Uno sarebbe portato subito a pensare che le cose in Grecia stiano cominciando finalmente ad andare nel verso giusto grazie alle politiche di austerità e le privatizzazioni imposte dall’Europa. Attenzione però, perché la crescita reale del PIL è data dalla somma algebrica di due grandezze: l’andamento del PIL nominale più quello dei prezzi.

Per esempio, se ho una crescita nominale del 3% e un’inflazione del 2%, il PIL reale è aumentato solo dell’1% (3%-2%=1%). Se invece ho una crescita nominale del 3% e una deflazione (il contrario dell’inflazione) del 2%, il PIL reale sarà del 5% (3%+2%=5%). Infine, con una crescita nominale negativa dell’1% e una deflazione del 2%, la crescita reale del PIL sarà positiva dell’1% (-1%+2%=1%).

Nel caso specifico, nel secondo trimestre 2015, la Grecia ha avuto una crescita negativa dell’1,36% e una deflazione del 2,16%. Quindi: -1.36%+2,16% = 0,8%.

Capito? Altro che merito delle riforme. La crescita del PIL greco è causata dal semplice fatto che i prezzi stanno calando più velocemente della produzione! 

venerdì 7 agosto 2015

Ecco perché Monti vuole tassare la casa

Oggi vi propongo questo breve video di un recente intervento di Mario Monti alla trasmissione televisiva Agorà.

L’ex Presidente del Consiglio dei Ministri accenna alla teoria della mobilità dei fattori. Quella che in economia afferma che capitale e lavoro si distribuiscono nel modo più efficiente in un mercato completamente libero. La sua (purtroppo nota) predilezione per la tassazione immobiliare nasce proprio da quel concetto. Perché, se incentivi l’acquisto della casa, le famiglie si sposteranno malvolentieri per andare a lavorare in un’altra regione (o paese).

Per Mario Monti, il capitale deve essere libero di muoversi, sia in Italia che a livello internazionale (es. eurozona). In questo modo, i lavoratori non potranno più permettersi di rimanere stanziali, ma dovranno essere disponibili a spostarsi dove il capitalista (che è colui il quale dispone come meglio crede del fattore capitale, e che ambisce a controllare anche di quello del lavoro) ha deciso di investire in quel momento.

La mia prima considerazione riguarda l’opportunità di continuare a mantenere un sistema internazionale che preveda una sempre maggiore libertà di circolazione del capitale dato che, come abbiamo visto, questo comporta che chi vuole lavorare debba adattarsi a rincorrere il capitale ovunque, con tutti i problemi del caso: le barriere linguistiche, legali, culturali; ma anche la disgregazione delle famiglie e le reazioni razziste delle popolazioni che si vedono “invase” da lavoratori stranieri (o anche connazionali) a basso costo.

La seconda considerazione riguarda il fatto che, storicamente, gli italiani sono un paese di migranti che si muovono sia sul territorio nazionale (da sud verso nord) che all’estero (in Europa e nel mondo). Questo è stato vero in passato e continua a esserlo anche oggi che siamo il secondo popolo per numero di emigrati in Europa. Ma a Mario Monti questo non basta, e continua a considerare i suoi connazionali alla stregua di bamboccioni, come faceva anche un suo illustre collega.


Il sistema che Mario Monti ha in mente non è nuovo. Sarebbe utile ricordarcene, non solo ogni volta che salutiamo i nostri colleghi meridionali, che sono il risultato dell’applicazione di un’area valutaria tutt’altro che ottimale (quella italiana) ma anche quando incontriamo la badante rumena dei nostri nonni, la filippina che fa le pulizie in ufficio, il venditore ambulante abusivo senegalese, e così via, fino ad arrivare al nord africano che lava i vetri al semaforo. Beati tutti coloro i quali si credono migliori degli altri, perché a loro Mario Monti rivelerà il suo concetto di uguaglianza. Lui non fa distinzioni, siete tutti carne da macello allo stesso modo.

lunedì 3 agosto 2015

Quanto ci costa la sanità pubblica?!

Premessa:
considero questo post come il terzo episodio della serie sulla spesa pubblica. Di seguito, troverete i collegamenti alle precedenti puntate:

1. Scuola: la spesa italiana è più bassa della media europea (qui)
2. La spesa pubblica italiana e nell'eurozona (qui)

Abbiamo visto nella puntata precedente che la spesa pubblica italiana corrente, al netto degli interessi passivi, è in linea con la media dell'eurozona. Pertanto, il dato complessivo non suggerisce una particolare necessità di tagli di spesa.

Nella prima puntata, invece, mostravo come la spesa pubblica italiana per istruzione è al di sotto della media europea, e quindi, non sarebbe scandaloso incrementarla invece che ridurla.

Per quanto riguarda la spesa sanitaria, Mario Monti, nel 2012, aveva messo in dubbio la sostenibilità del sistema sanitario nazionale. In questi giorni, in parlamento, si discute su dei tagli alla sanità per circa 2 miliardi di euro (per approfondimenti, vedi qui).

Ma quanto ci costa la sanità pubblica? Sono andato a verificare sul sito della Banca Mondiale e ho costruito il seguente grafico.

Spesa sanitaria pubblica dal 1995 al 2013. I dati sono disponibili sul sito della banca mondiale (qui)
Osservate che, nonostante la crisi in atto, e la conseguente caduta del PIL di 9 punti circa, negli ultimi anni la spesa sanitaria pubblica è comunque diminuita (nonostante quella complessiva sia aumentata).

Ma rispetto agli altri paesi noi quanto spendiamo?

Spesa sanitaria pubblica a confronto (cliccare sull'immagine per ingrandire). I dati sono sempre quelli della Banca Mondiale che trovate qui
Il nostro sistema sanitario pubblico non è affatto tra i più costosi. Almeno se confrontato con quello di altri grandi paesi come: Olanda, Danimarca, Francia, Germania...(solo per citarne alcuni). Ma forse, il dato più curioso è che ci troviamo dietro anche agli Stati Uniti (7,1% del PIL contro 8,1% degli USA) che sono notoriamente un paese che rifugge dal concetto "socialista" di ospedale pubblico.

Tuttavia, esiste un dato ancora più sorprendente, che si trova nel prossimo grafico.

Spesa sanitaria totale (pubblica e privata). Cliccare sull'immagine per ingrandire. I dati dalla spesa totale sono quelli dell'OCSE (qui) a cui ho sottratto i precedenti sulla spesa pubblica per trovare (per differenza) quelli relativi ai costi del settore privato.
Gli Stati Uniti, il modello di sanità privata a cui i nostri riformatori liberisti si ispirano, è di gran lunga il paese al mondo in cui la spesa è più elevata. Lì tutto è privato, e se vuoi essere curato devi avere un'assicurazione medica privata (fatta eccezione per alcune categorie protette). Nonostante ciò, gli americani spendono molto più di tutti gli altri per curarsi.

Voi adesso penserete che in USA la salute è cara ma il sistema privato è senza dubbio più efficiente di quello pubblico. Ebbene, la ciliegina sulla torta è la seguente: una ricerca di Bloomberg (che trovate qui) colloca l'efficienza del sistema sanitario italiano (basato sulla spesa pubblica) al terzo posto a livello mondiale! Mentre gli USA sono solo al 44esimo posto.

Quindi, per quale motivo il governo paventa tagli e privatizzazioni? Cui prodest? L'opinione di Noam Chomsky è che la strategia standard per privatizzare sia la seguente: togli i fondi, ti assicuri che le cose non funzionino, la gente si arrabbia e tu consegni al capitale privato (qui).

In effetti, voler pensar male, sarebbe il caso di osservare che, dato che con la salute si fanno ottimi affari, il settore è molto ambito dagli investitori privati. E' naturale quindi che ci sia la volontà, da parte di questi soggetti, di mettere le mani su una più ampia fetta di mercato.
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